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RIFLESSIONI SU BUONA SCUOLA, JOBS ACT E MODELLO EXPO

Questo articolo è stato scritto da il 18 ott 2015 in Editoriali

Facendo un’analisi approfondita della ”Buona Scuola”, risulta evidente quanto questa non sia l’ennesima rifoma tesa unicamente ai tagli dei fondi e ad una progressiva privatizzazione, ma abbia come obbiettivo una modifica totale, dalle basi, della scuola che conosciamo. Si tratta inoltre di una riforma appartenente a un modello più ampio a cui tentano di sottomerci, collegata al Jobs Act e alle politiche applicate durante Expo,consiste in “educazione alla precarietà”. Partendo dal primo punto, vediamo come negli ultimi anni ci sia stato un aumento progressivo della repressione, tanto da diventare quotidianità ed essere accettata senza troppi problemi. Siamo partiti dal divieto di fumo anche nei cortili, al ritiro degli striscioni, alla sottrazione delle nostre aule autogestite fino ad arrivare alle sospensioni e alle bocciature. Con la nuova riforma abbiamo il culmine di questo processo, l’annullamento della democrazia all’interno degli istituti, la figura di un preside sceriffo che decide sugli studenti e sui professori, come un manager amministra la sua azienda così il dirigente scolastico gestisce la sua scuola. L’obbiettivo ultimo sembra essere di voler completamente alienare lo studente dai suoi spazi, e fargli vivere la scuola solo in virtù di quelle 6 ore giornaliere dietro al suo banco, di voler separare ciò che è scolastico da ciò che “non” è scolastico, cercando di eliminare la politica studentesca, stabilendo ruoli ben definiti che non possono esulare dal loro compito di studente o professore, mettendo dei limiti a chi vorrebbe crescere e formarsi nel proprio istituto. La scuola diventa occasione di un’eccessiva competizione sia tra studenti, per avere il credito in più o l’appoggio del professore, sia tra docenti, per quella percentuale di stipendio aggiunta se sei nella cerchia degli adepti del preside, tutto ciò nel nome di una meritocrazia che agevola il processo di distruzione della nostra scuola pubblica.

 

Una scuola in cui ci insegnano non solo a competere ma ad essere sfruttati, ne abbiamo un esempio palese con il progetto dell’alternanza scuola-lavoro, facoltativa (per così dire, comunque premiata) nei licei e obbligatoria per gli istituti tecnici. E’ presentata come un’occasione dataci per essere introdotti nel mercato del lavoro, per fare le prime esperienze e accrescere le nostre abilità in questo campo. Cos’è in realtà? Bisogno di manodopera a basso costo, o, per dirla meglio, a nessun costo. Bisogno di far accettare al soggetto giovanile che non troverà mai un lavoro stabile e non precario, indeterminato e ben pagato, per questo con la Buona Scuola parliamo di educazione alla precarietà. Si collega in questo campo con il Jobs Act in cui viene fatta una modifica sostanziale riguardo gli apprendistati, infatti con il vecchio diritto al lavoro un’azienda aveva l’obbligo di assumere a tempo indeterminato, quindi stabilmente, almeno una parte degli apprendisti, obbligo che viene cancellato dall’attuale riforma. Questo perchè negli apprendistati, piuttosto che nei contratti a tempo determinato o “a progetto”, si pagano di meno i lavoratori e meno contributi. Ci troveremo quindi a svolgere sempre lavori di apprendistato senza mai essere assunti definitivamente, senza mai trovare una “sistemazione” stabile, e la Buona Scuola ci educa ad accettare tutto questo, abituandoci al lavoro non retribuito.

 

Tutto ciò lo vediamo applicato in piccolo in Expo con stage per studenti e apprendistati. In Expo sono presenti tre tipologie di tirocini o stage definiti come “una misura formativa di politica attiva, finalizzata a creare un contatto diretto tra un soggetto ospitante e il tirocinante allo scopo di favorirne l’arricchimento del bagaglio di conoscenze, l’acquisizione di competenze professionali e l’inserimento o il reinserimento lavorativo. Il tirocinio consiste in un periodo di orientamento al lavoro e di formazione in situazione che non si configura come un rapporto di lavoro.” Vediamo però come questi tirocini siano in realtà un’occasione di mero sfruttamento in quanto la supervisione che dovrebbe esserci è completamente assente. Inoltre nei lavori che sono sono stati fatti in questo grande evento sono stati calcolati 195 tirocinanti/stagisti che avrebbero potuto essere retribuiti, ma tra questi la maggior parte sono stati proposti nelle scuole, collegandosi al progetto alternanza scuola-lavoro, e quindi non sono stati pagati perché studenti. Oltretutto in Expo abbiamo una palese forzatura della tipologia contrattuale dell’apprendistato: in teoria questa forma di contratto nasce per consentire al lavoratore di apprendere mansioni poi spendibili nel mercato del lavoro. Ma quale sarebbe la specifica competenza che il lavoratore acquisirebbe in un evento che probabilmente non avverrà più in Italia? Che senso ha apprendere una mansione che non si praticherà mai più? La mansione specifica acquisita è limitata ai grandi eventi come Expo, e non è quindi finalizzata all’introdurre i lavoratori nel mercato ma anzi a sfruttarli.

In conclusione bisogna prendere coscienza che il modello che cercano di propinarci, a cui tentano di sottometterci è unico, finalizzato al renderci disinteressati e al frammentarci, togliendoci i nostri spazi di confronto e aggregazione. Ad un modello unico bisogna dare con una risposta unita, forte e determinata.

 

Ci vogliono muti e sfruttati ma ci troveranno nelle strade a urlare tutta la nostra rabbia!