CONTRIBUTO PROF

CONTRIBUTO DI UN PROFESSORE #NOINVALSI

Questo articolo è stato scritto da il 11 mag 2015 in Editoriali, Scuola

Le prove Invalsi fanno parte di un percorso ben strutturato e studiato volto all’abbandono dei nostri metodi didattici tradizionali. Affascinati e allo stesso tempo colti dal servil timore nei confronti dei sistemi didattici anglosassoni e scandinavi, e allettati dalla prospettiva di raggiungere l’oggettivazione della valutazione, senza più dover spiegare, motivare e condividere le nostre scelte valutative, abbiamo anche noi accolto senza troppe obiezioni, attraverso l’introduzione dei test Invalsi, la didattica del “teaching to test”, per favorire, in teoria, l’efficacia dell’insegnamento. Ma mentre in generale si registra una marcia indietro proprio in quei paesi che li hanno partoriti per primi, da noi l’entusiasmo è ancora forte e le reazioni sono ancora timide. Il premiare gli studenti “pappagallo” Invalsi, così come li ha definiti il prof. Luciano Canfora in una intervista del maggio scorso, ossia studenti che rispondono a domande previste, con risposte previste e modalità previste, è l’obiettivo del sistema Invalsi. La “didattica del quiz” tende a produrre studenti “meccanici”, che di fronte ad una comprensione del testo di Italiano rispondano in maniera assolutamente univoca a domande che però il più delle volte si scontrano con l’univocità di una risposta.
Sorge poi un altro dilemma: quand’anche volessimo degli studenti “meccanici”, allora non dovremmo più insegnare loro, come è nostra tradizione, l’humanitas. Certo, se insegniamo loro ad essere “umani”, ma li valutiamo in quanto macchine… qualcosa evidentemente non funziona. La tendenza che riscontro oggi nel mondo della scuola italiana è quella di modificare la prima parte di questo enunciato: si comincia ad insegnare ai nostri studenti ad essere macchine, cosicché poi li si possa, in maniera più efficace, valutare come macchine, o “pappagalli”, che dir si voglia. Molti colleghi, infatti, seppur in buona fede, si affannano durante l’anno ad allenare i propri allievi ad affrontare i test Invalsi al meglio, facendo anche a volte acquistare loro, come se già non bastasse il costo annuale dei libri di testo, libretti e quadernetti di simulazione di prove Invalsi. Si è, insomma, alla fin fine disposti a rimodellare, se non addirittura cambiare totalmente, la propria didattica per fare bene il test Invalsi. Ma ammesso che sia anche cosa buona e giusta far diventare la nostra scuola una “scuola Invalsi”, rimane il fatto che un test statistico deve ovviamente essere affrontato senza una preparazione preventiva, altrimenti il risultato non avrebbe nessun valore.
In un trentennio di sub cultura televisiva della più becera, si sono inseriti 20 anni di screditamento e smantellamento della scuola italiana. I nostri ex ministri ci hanno ripetuto come un mantra che i professori “rubano lo stipendio”, che “con la cultura non ci si mangia”, che “i precari sono la peggiore Italia”, che il contributo volontario chiesto dalle scuole alle famiglie per garantire un’offerta formativa accettabile “non deve essere versato”, e molte altre cose del genere. Parallelamente abbiamo visto i beni culturali essere messi in vendita, abbiamo visto i fondi ministeriali dati alle scuole pubbliche diminuire di più del 90%, abbiamo visto però aumentare quelli dati alle scuole private, abbiamo visto aumentare sensibilmente il numero di allievi per insegnante, abbiamo visto ridurre drasticamente le ore di storia, geografia, latino, etc…, con il fortissimo taglio di cattedre e l’impoverimento umanistico che ne è conseguito, abbiamo visto diminuire drasticamente il numero di insegnanti di sostegno, e abbiamo visto molte altre cose che a tratti la memoria stessa si rifiuta di rievocare. Sicuramente abbiamo visto, non eravamo ancora ciechi. Molti hanno manifestato sin da subito il proprio dissenso, ma moltissimi, troppi, sono stati distratti, non hanno dato peso a quanto stava accadendo.
Se sono ben individuabili i responsabili della deriva culturale degli ultimi vent’anni, coloro che hanno sdoganato e portato in auge l’illegalità, la volgarità, l’ignoranza e la spocchia del furbetto mascalzone, oggi è possibilissimo che nella cabina di regia di questo sistema orwelliano possa anche non esserci nessuno. La macchina oramai può andare da sola, guidata dagli stessi Professori, dai Presidi e dai genitori, convinti, si intende, di percorrere una strada che è il meglio per i propri allievi o figli.
Rimangono da persuadere gli studenti, che con la loro carica idealistica sono spesso refrattari ad accettare questo impoverimento della scuola.
La scelta di incominciare con i test Invalsi fin dalle scuole primarie, quando la raccolta di figurine e le fatine sono la cosa più importante, va proprio in questa direzione: lo studente viene accompagnato fin dalla più tenera età nel mondo Invalsi, di modo che diventi per lui un percorso assolutamente naturale e condiviso anche dagli adulti che vogliono solo il suo bene.
Alla fine del secondo anno delle superiori, invece, le prove Invalsi vengono ancora passate come test assolutamente anonimi a fini statistici, anche se all’inizio questo anonimato è stato notoriamente disatteso, visto che molti insegnanti, oberati da pacchi e pacchi di compiti in classe da correggere, talvolta invitati anche dai loro Presidi, hanno utilizzato tali test per avere almeno un voto in più a metà maggio, come ultimo compito in classe dell’anno, a discapito ovviamente della tutela della privacy.
Oggi abbiamo alle superiori studenti che sono stati “allevati” fin dalle elementari con le prove Invalsi. Il contatto con i loro compagni degli ultimi anni li mette in condizione di cercare di comprendere quello che è successo e quello che sta succedendo. Se i test Invalsi dovessero diventare normalità anche alle superiori, come già sta accadendo, oppure se venissero inseriti nell’esame di maturità, come sembra accadrà da qui a pochi anni se non si creerà un largo fronte di opposizione, il passo successivo probabilmente sarebbe l’università… Una volta introdotto l’esame di maturità Invalsi, comunque, gli effetti di tale politica dell’istruzione pubblica sarebbero a mio avviso chiari: il diplomato “a crocette” Invalsi rischierebbe seriamente di approcciarsi al mondo che lo circonda, parafrasando il prof. Canfora, in qualità di suddito, piuttosto che in qualità di cittadino.
Ben consapevole che una riflessione matura sul cambiamento della nostra didattica tradizionale debba essere fatta, sulle prove Invalsi, oltre a farne una questione ideologica, difendendo una scuola che, come è sempre stato in Italia, mira più alla sostanza, allo sviluppo delle capacità critiche e di riflessione, piuttosto che a come cavarsela in un test a crocette, non si può ignorare la questione meramente pratica delle priorità: una scuola pubblica che ha bisogno di un contributo da parte delle famiglie per poter garantire un’offerta formativa decente; una scuola che conta circa 25000 edifici a rischio sismico, una scuola che ospita più di 60000 studenti con patologie più o meno gravi certificate che non hanno più l’insegnante di sostegno e sono affidati unicamente all’insegnante della materia che deve gestirli da solo ed insieme mandare avanti il programma, la didattica e il gruppo classe; una scuola in cui si hanno classi sovraffollate e spazi spesso non adeguati e non a norma antincendio; una scuola così può permettersi di spendere 14-20 milioni di euro ogni anno per i test Invalsi?
All’inizio la mia avversione è nata da una profonda riflessione sul significato che aveva per me essere un docente. Mi sono andato a rileggere l’articolo 33 della Costituzione e ho riflettuto sullo spirito che ha animato i Padri Costituenti nel momento della sua stesura. Ho capito che era fondamentale ricordarsi due principi che, dopo il Ventennio fascista, non devono essere dimenticati né tanto meno essere messi in discussione: il primo è che l’insegnamento è libero; il secondo è che bisogna vigilare su ciò che viene somministrato direttamente “dall’alto” agli studenti, senza confronto e mediazione con coloro che a scuola ci vanno e ci lavorano. I test Invalsi sono giunti all’improvviso, senza che venisse avviata una discussione in merito per poterne condividere i principi. Noi professori avremmo dovuto somministrarle e correggerle, voi studenti subirle. Punto.
La mia reazione istintiva è stata quindi quella di dire “Alt!”, “che sta succedendo?”.
Scendendo poi nel merito di questi test, che mi vedevano coinvolto per la materia di Italiano, ho verificato che erano stati formulati seguendo la “didattica del quiz”, con fini e modalità, quindi, che andavano in direzione diametralmente contraria al mio modo di fare didattica e di insegnare, legato piuttosto all’idea di humanitas e orientato verso lo sviluppo della riflessione critica ad ampio raggio.
Dall’anno scorso i sindacati di base hanno cominciato ad indire lo sciopero per protestare contro le prove Invalsi. Finalmente avrei potuto essere tutelato nella mia protesta e la mia obiezione si sarebbe unita a quella di altri in tutta Italia in maniera più organizzata e strutturata.
Sono contento di vedervi difendere con tanta energia e passione la vostra idea di scuola. La scuola è la vostra casa e il vostro dissenso nei confronti dei test Invalsi assume per questo un peso enorme e decisivo in un dibattito che se fosse stato lasciato ai soli docenti e alle istituzioni sarebbe rimasto a languire per decenni.
Facendo sue idee già ampiamente sostenute dall’ex ministro Gelmini, l’attuale nuovo ministro Giannini, propone l’adozione di meccanismi premi/penalità per le scuole, legati con ogni probabilità alle prove Invalsi, nonché un nuovo sistema di reclutamento dei docenti per “chiamata diretta” dei Presidi. Ci attendono tempi ancora difficili. La vostra coesione e la vostra determinazione potranno davvero aiutare a cambiare le cose.
Rileggiamoci Cecità di Josè Saramago e teniamo accesa la fiamma. Altri prima di noi, in diverse epoche, lo hanno fatto e ce l’hanno consegnata.
Ora sta a noi proteggerla e passarla al futuro.