Il vero volto dell’Alternanza

Questo articolo è stato scritto da il 30 mar 2017 in Editoriali, Media, Scuola, Slider

Qualche settimana fa, attraverso i social network, si è diffusa la testimonianza di una studentessa delle superiori coinvolta in un progetto di alternanza scuola-lavoro in un Autogrill: 4 ore al giorno per 8 settimane a servire cappuccini e panini, a vedere come funziona oggi il lavoro in Italia. Perché in effetti, usciti dalla “bolla sicura” della scuola, lo scenario che attende i giovani non è molto diverso dal fare un lavoro part-time per un paio di mesi, dopo di che inviare un’altra serie di curricula per essere presi – quando si ha fortuna – a fare un lavoro sottopagato, senza alcuna garanzia di contratto. Ecco a voi l’apoteosi della precarietà e dello sfruttamento calata nella realtà scolastica.
L’anno scorso l’ex ministra dell’istruzione aveva stretto un accordo per dare la possibilità a 27.000 studenti di svolgere un periodo di alternanza presso McDonald’s, Poste Italiane, Zara, Coop, Intesa Sanpaolo e molte altre aziende ed organizzazioni simili. Con la caduta del governo Renzi, il progetto “Campioni dell’alternanza” si è arenato, ma, nonostante ciò, la linea politica nei palazzi del potere è rimasta invariata: ora i ragazzi lavorano da Ikea e negli Autogrill, come racconta la studentessa intervistata.
Per prima cosa, sorge spontaneo chiedersi quali insegnamenti gli studenti traggano da esperienze in tali luoghi di lavoro. Nel 2015, la multinazionale Ikea, nonostante si sia costruita un’immagine di azienda dagli standard nordeuropei, aveva tentato di abbassare i salari dei lavoratori, provocando numerose proteste. E’ questo il modello di lavoro a cui dovremmo aderire? E’ questo il futuro che ci aspetta?
Non sono solo gli studenti che vanno nelle aziende, ma è l’idea stessa di azienda che entra nelle scuole: in molti istituti, infatti, è stato proposto agli alunni di “diventare imprenditori”, simulando la sviluppo di un’azienda. Queste iniziative permettono di far fronte ad un’effettiva mancanza di posti di lavoro per gli studenti. Se già nel nord Italia, dove sono situate la maggior parte delle aziende italiane, i presidi hanno avuto grandi difficoltà nel trovare una collocazione a tutti i loro allievi, al Sud, dove la mancanza di imprese è un problema effettivo, la situazione è insostenibile. Così, ecco a voi la scuola pronta a sfornare ottimi imprenditori piegati alle logiche del capitalismo; il sapere diventa un prodotto spendibile sul mercato, la cultura si riduce ad avere un solo valore: quello economico.
Almeno in teoria, nei progetti di alternanza, lo studente dovrebbe affiancare una figura professionale, senza diventare un lavoratore (ed infatti non esiste nemmeno uno statuto che li tuteli). Di fatto, invece, i ragazzi si sostituiscono alle persone regolarmente impiegate, portando così ad una diminuzione dell’orario di lavoro di quest’ultimi o ad un loro licenziamento.
L’alternanza scuola-lavoro si mostra così come l’ennesimo provvedimento calato dall’alto, per cui si spendono 100 milioni di euro l’anno, dimenticando le condizioni in cui versa la scuola italiana, tra controsoffitti che crollano e cattedre vacanti.