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Perché occupiamo le nostre scuole?

Questo articolo è stato scritto da il 30 nov 2015 in Editoriali, Scuola

Il 30 marzo del 2000 una sentenza che la Corte di Cassazione ha emesso dimostra come l’occupazione dello stabile scolastico da parte degli studenti non è da considerarsi reato: noi studenti infatti non siamo semplici fruitori delle nostre scuole, ma soggetti attivi tra le mura scolastiche, parte integrante del sistema “scuola”, e soggetto fondamentale per il suo funzionamento.
Proprio perché noi studenti siamo parte attiva e fondamentale del sistema scolastico, anche quest’anno dopo le due importanti date del 13 e del 17 novembre che hanno visto scendere in piazza tutte le città italiane, una nuova ondata di occupazioni sta iniziando: la città di Palermo ha già parecchie scuole in occupazione, a Bologna, Torino, Roma altre scuole sono in agitazione, mentre in tutte le altre città il fermento è ben più che evidente, e vedremo occupazioni fiorire nelle prossime settimane: assemblee di preparazione, presidi davanti alle scuole e assemblee d’istituto si stanno svolgendo giornalmente in molti istituti per progettare ed organizzare le occupazioni.

Ma perché, ci viene spesso chiesto, occupiamo le scuole?
La scuola è il luogo dove noi studenti passiamo, e siamo tenuti a passare, la maggior parte del nostro tempo: almeno 5 ore al giorno, per almeno 200 giorni l’anno per almeno 13 anni.
Eppure siamo la componente che meno ha diritto decisionale dentro il grande sistema “Scuola”.
La riforma “Buona Scuola” di Renzi ne è l’ennesima dimostrazione: in nessuna delle sue parti, delle sue 136 bellissime e coloratissime pagine, tiene conto di quelle che sono le necessità di noi studenti.
La concezione di scuola che noi abbiamo, e per la quale giornalmente mettiamo in campo una lotta che dura ormai da anni, non è di lezioni frontali e nozioni assorbite passivamente, non è di un’industria che produce meri burattini da inserire, appena usciti da scuola, nel mondo del lavoro, sottopagati e sfruttati.
Il sistema scolastico attuale non è altro che una palestra che ci allena al mondo di disoccupazione in cui presto ci ritroveremo.
Per questo occupiamo le scuola: l’occupazione è una pratica di riappropriazione del proprio istituto, dove finalmente gli studenti possono autogestire i propri spazi ed i loro saperi, dove la pratica dell’autoformazione viene fortemente praticata e viene messa in primo piano la libertà di espressione del singolo studente, a dimostrazione che un sapere dal basso è possibile e funzionale.
Durante l’occupazione gli studenti dimostrano che è possibile un modello di scuola che offra spazi per confronti e socialità. Ogni studente di assume la responsabilità di autogestire il luogo che giornalmente vive, e di dimostrare quanto una scuola lasciata in mano agli studenti sia molto più viva, reattiva e istruttiva, di quanto non lo siano tutte le lezioni frontali che, in 13 anni di scuola, siamo costretti ad ascoltare giorno dopo giorno, e che non ci lasciano neanche un quarto di quello che di utile ed istruttivo lascia un’occupazione allo studente.

L’Occupazione in generale non è altro che la modalità più costruttiva di riappropriazione dei propri diritti: se ci tolgono il diritto al tetto, noi occupiamo le case, se ci tolgono il Diritto allo Studio noi occupiamo le scuole.
Senza casa è inutile studiare, senza casa è inutile curarsi, senza casa tutto è inutile: e allora occupiamo entrambi, occupiamo tutto quello che ci viene negato.
Dentro ogni occupazione si costruisce una comunità, forte ed affiatata, che possa gestire al meglio il posto che vive: ogni occupazione che portiamo avanti è un’assunzione di responsabilità, e un passo avanti nella lotta che portiamo avanti: ci stanno togliendo i Diritti, noi ci riprenderemo tutto, e anche di più.