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SE LA SCUOLA E’ UN LAVORO IO MI LICENZIO!

Questo articolo è stato scritto da il 16 mag 2016 in Editoriali, Metropoli e Territorio, Scuola, Slider

Da quando sono al Governo, la Ministra dell’Istruzione Giannini e il Premier Renzi si sono posti come obiettivo quello di riformare completamente la scuola, partendo dalla catastrofica Buona Scuola ed arrivando ai tagli assassini. Saranno però troppo occupati per rendersi conto che l’Italia è al secondo posto tra i Paesi membri dell’Ocse per percentuale di giovani under 25 che hanno abbandonato la scuola prima di aver terminato le superiori. Si parla del 17,75%, un dato che si colloca a pari merito con la Romania e di gran lunga sotto la media del 12% dei Paesi europei. L’obiettivo comune dell’UE dovrebbe essere quello di ridurre l’abbandono scolastico al 10%, ma è evidente che l’Italia non stia facendo nulla per migliorare. Anzi, tanto per rendere ancora più tragicomica la situazione, la colpa di questo fallimento viene completamente addossata agli studenti stessi!
Se analizziamo meglio i dati appare evidente come il fenomeno della dispersione scolastica riguardi quasi unicamente ragazzi stranieri o provenienti da una bassa classe sociale.
Già alle scuole elementari è sancita la differenza tra chi ha ricevuto un bagaglio culturale elevato dalla famiglia, che viene immediatamente etichettato come intelligente, e chi no. Spesso infatti un insegnante crede che ci siano bambini con un dono innato per la scuola, senza considerare che è la famiglia a trasmettere un certo codice lessicale e comportamentale. Sono i bambini “senza propensione”, però, ad aver maggior bisogno di attenzioni, e così la scuola diventa un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
La scuola che noi studenti viviamo è una scuola che riflette perfettamente il suo datore di lavoro: lo Stato. Ed è così che ci troviamo ad imparare nei nostri licei abiti comportamentali: nei licei classici e scientifici, futura classe dirigente, si impara l’autoritarismo mentre in tutti gli altri si impara la sottomissione. Ci viene imposta l’obbedienza e chi si rifiuta di apprenderla viene gentilmente accompagnato alla porta: assistiamo continuamente a note disciplinari, sospensioni e arresti all’interno delle nostre scuole. Appare dunque chiaro che non solo l’obiettivo che si pone la nostra scuola non è quello di includere ma, anzi, è di estromettere tutti coloro che non si uniformano.
Signore e signori eccoci ritornati, nel ventunesimo secolo, ad una scuola completamente elitaria in cui un italiano su tre non prende il diploma! Se inoltre ci illudiamo che allo Stato interessi la nostra istruzione ecco a smentirci le dichiarazioni dell’Unione Europea rispetto ai giovani che hanno abbandonato la scuola: “sono più soggetti alla disoccupazione, hanno bisogno di più sussidi sociali”. Ennesima prova di come lo studente non sia visto come una persona, ma come un numero perfettamente inserito nel sistema capitalistico che viviamo. Ancora una volta viene umiliata l’istruzione che diventa semplicemente una credenziale che permette l’accesso al mondo del lavoro. La scuola non dovrebbe essere uno sterile luogo di conservazione del sapere ma dovrebbe stimolare alla formazione di un pensiero critico e di analisi, contribuendo alla crescita personale di ogni individuo. Ci viene detto “la scuola è il tuo lavoro” e “se arrivi in ritardo quando sarai grande ti licenzieranno” e così si insinua nella nostra mente la convinzione che quello sia davvero il nostro dovere. Allora ci impegniamo a studiare a memoria e ripetere, sperando in un bel voto, senza chiederci quale sia davvero lo scopo della nostra istruzione. E così, chi non si sente adatto a imparare e ripetere, decide di licenziarsi da quel lavoro tanto noioso e trovarne uno che, almeno, viene retribuito.