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TRE MESI DI “BUONA SCUOLA” SENZA TREGUA

Questo articolo è stato scritto da il 25 nov 2015 in Editoriali, Scuola

Sono passati  ormai 3 mesi dall’inizio della scuola e dall’ approvazione della riforma della Buona Scuola e ci sembra importante fare una valutazione sulla trasformazione che la scuola ha subito realmente a partire da quest’autunno, rispetto anche alla prospettiva di sviluppo che Renzi e il partito della nazione provano ad imporre al soggetto studentesco e giovanile.
Facendo un passo indietro e ricordando il percorso travagliato che ha portato a questa riforma, emerge in maniera esplicita la necessità da parte del governo di ristrutturare il mondo della formazione secondo i diktat che l’Europa e il mercato impongono all’Italia. L’intenzione è quella di snaturare sempre di più il ruolo delle scuola, trasformandola in una vera e propria fabbrica, specializzata nella costruzione di nuove soggettività abituate al disciplinamento, alla subalternità e al lavoro gratuito. In questi termini vanno letti i provvedimenti di potenziamento dell’alternanza scuola lavoro, il rapporto sempre più centrale dei finanziatori privati all’interno della scuola, la digitalizzazione degli strumenti scolastici (registro elettronico, schede personali degli studenti etc.) che fungono ormai da schedatura per gli studenti. Tutto questo sembra essere il passaggio naturale verso nuovi assetti nel mercato, che tanto nuovi non sono ma che pian piano cercano di trasformare il nostro paese in un luogo attraente per gli investitori e per le grosse lobby del capitale, sacrificando noi studenti, giovani, precari, disoccupati ed esclusi usandoci come esca e manodopera a basso costo.

La retorica che propinano all’interno delle scuole servendosi di tutto il loro apparato politico/organizzativo, dai provveditori fino ai bidelli, per l’assunzione di questa necessità come fosse nostra, è quella di imparare un mestiere, perché di questi tempi, si sa, guadagna più un elettricista che un laureato. E’ la retorica dell’ottimismo perché l’importante è accettare tutto e impegnarsi, tanto prima o poi lo troverai sicuramente un posto fisso, oppure fa curriculum che è ormai il vero tormentone delle nostre vite. Intanto la scuola come luogo dove valorizzare le nostre capacità, le nostre attitudini, dove si impara e si capisce l’importanza della cooperazione e della collettività, che dovrebbero essere gli elementi fondanti di una società per noi giusta, viene delegittimata come una prospettiva di chi è fannullone o un disadattato.

Ma di fronte a questo piano di intenti e di sviluppo capitalistico della nostra scuola, come realmente si trasforma il nostro pezzo di mondo, ovvero la scuola?

Questo processo che vede la nuova riforma come l’ennesimo passo in avanti, negli anni ha trasformato le nostre scuole. Sintomo di questo ne è anche la difficile costruzione di un orizzonte comune che riesca a mobilitare per intero la composizione studentesca come invece accadeva in altre fasi. Tuttavia non si tratta di un qualcosa di lineare, ma di imposizioni e di tentativi di trasformazione dei comportamenti della soggettività studentesca e giovanile capce di sviluppare in risposta molteplici resistenze, spesso latenti. Questo produce più che risposte delle reazioni ambivalenti, come il rifiuto della scuola e la crescita esponenziale dell’abbandono scolastico, votate al nichilismo e all’autodistruzione se non organizzate conflittualmente.

Nello specifico di quest’ultima riforma, nonostante la gran fretta di dare un segnale politico forte per essere credibili agli occhi dei potenti d’europa, l’applicazione sembra incontrare diverse difficoltà, infatti concretamente oltre al non investimento di risorse economiche, i cambiamenti palpabili all’interno delle scuole sono: le funzioni dei presidi, che si trovano investiti di una maggiore autorità e l’attuazione delle nuove graduatorie dei docenti che proprio in questi giorni alcuni si vedono assegnate le cattedre mentre molti ricevono la conferma di essere ancora precari. La sostanza però, che in quanto studenti ci interessa direttamente, è la questione del meccanismo di ricatto per i docenti tra aumenti salariali e metodo e contenuti di insegnamento, attraverso la commissione di valutazione dei docenti. A oggi queste commissioni rimangono molto vaghe come indicazione e ancora non si capisce precisamente quali saranno i criteri per essere giudicati validi o meno per aggiudicarsi lo scatto di anzianità. Si parla di linee guida sull’incremento di attività pratiche, specifiche e laboratoriali volte per l’appunto a svalorizzare la nostra formazione e a renderci manodopera specializzata ad una singola mansione utile al settore produttivo sul quale verremmo immessi.

Su questo sicuramente si possono aprire degli spazi di lotta dove costruire un rifiuto a questo meccanismo e in generale una critica al concetto di valutazione che noi studenti subiamo da anni ormai. A partire dalla nostra forza che abbiamo messo in campo in questa prima parte dell’autunno, dobbiamo continuare a praticare il nostro rifiuto con le autogestioni e le occupazioni servendocene come strumento di aggregazione e controinformazione, dove riuscire a portare il nostro punto di vista e a trasformarlo in organizzazione e in lotta.